A volte, quando guardo una partita della Libertas, mi fermo a pensare. Non è nostalgia, è solo un esercizio per stare meglio. Chiudo gli occhi e mi guardo intorno. Vedo tanti amici che sbraitano e saltano, gli occhi fuori dalle orbite, spiritati, quasi posseduti.

Posseduti da chi o da che cosa?

Poi guardo verso il parquet e c’è Fantozzi che si rivolge alla curva. I ragazzi hanno bisogno di noi…

Semplicemente tra Ale Fantozzi e noi tifosi c’è un legame che va oltre la comprensione. Noi siamo il sangue che scorre nelle sue vene, siamo noi che armiamo la sua mano, siamo sempre noi che gli suggeriamo di scoccare il suo velenoso tiro da tre punti, e siamo ancora noi che lo proiettiamo in contropiede alla velocità della luce.

Nella storia della Libertas ci sono stati tanti campioni. Persone che hanno fatto la storia del club a cui vogliamo un bene dell’anima. Ma Ale è la Libertas e basta un suo gesto affinchè avvenga questo sovrannaturale scambio di energia.

Ale iniziò a giocare a 13 anni dopo aver provato con il calcio e ci mise ben poco per mostrare a tutti il suo talento. Sotto la guida di Stelio Posar prima e Cacco Benvenuti poi, dominava a livello giovanile semplicemente perché aveva una marcia in più.

Personalmente lo conobbi nel 1977, quando esordì a soli 16 anni in prima squadra come riserva del mitico Massimo Cosmelli, ormai a fine carriera.

Avevo solo 7 anni, io ero un bimbetto e lui era per tutti “il bimbo”. I miei ricordi di quelle eroiche partite sono sfuocati. Ricordo la grinta di Mauro Volpi, la mano fatata di Tazza e poco altro. Quel “poco altro” però non è sfuocato, è proprio Ale che fa a fette la difesa avversaria con penetrazioni fulminanti.

Dopo solo tre anni, quel “bimbo” era ancora un “bimbo”, ma ci condusse in serie A con due tiri liberi a tempo scaduto contro la Giovinetti Bergamo.

Da quel momento il “bimbo” diventò definitivamente il mio idolo.

Nei primi anni ’80 in camera avevo il poster degli U2 e quello di Fantozzi. Ah già, avevo anche quello di Einstein ma non lo avevo scelto io. Però ci stava, Fantozzi era musica e genio!

Ale era costantemente nei miei pensieri. Se giocavo cercavo goffamente di imitare le sue giocate, se qualcuno lo offendeva diventavo più cattivo di Ken Shiro, se ero a scuola mi mettevo a scrivere sul diario le sue statistiche, confrontandole con quelle di Marzorati o D’antoni.

Tra l’altro, mi piaceva molto anche Lorella Cuccarini e questo contribuiva a farmi cantare a squarciagola “vola, sotto la curva vola, la curva s’innamora, Fantozzi vola!”. O forse mi piaceva la Cuccarini perché c’era questo coro…boh?

Non c’era una partita in cui non andavo a salutarlo quando usciva dagli spogliatoi, e il suo sorriso era una fonte inesauribile di energia per un adolescente fissato con la Libertas come me.

Fantozzi era parte del mio mondo, faceva parte della sub-cultura di cui facevo parte. Lo adoravo come i Napoletani adoravano Maradona. Ho riassaporato le sue gesta persino sognandolo quando andavo a letto, esagitato dopo una partita.

Sono centinaia gli episodi che ricordo di Ale. Forse quello più delizioso è il modo in cui, praticamente da solo, vinse il derby di coppa Italia 94-90. Ma anche i 42 punti messi in faccia a Montecchi l’anno dopo la finale scudetto, o i 38 (con 7/8 da tre) con cui irrise Gentile, che pure gli toglieva il posto in nazionale. Per non parlare delle innumerevoli bombe della vittoria messe all’ultimo secondo.

E quante ne ho dette a Valerio Bianchini perché non lo convocava?

Finora ho parlato in prima persona, ma sono piuttosto certo che il legame psichico che da tifoso mi ha legato e mi lega tuttora a Ale Fantozzi è sintonizzato con quello di tutti i libertassini.

Durante la settimana c’era l’attesa della partita e Fantozzi era la certezza, poi, svariate ore prima della partita, eravamo già al palazzetto. Già, perché ci piaceva aspettare là fuori. Successivamente, c’era la piacevole tiritera fatta dalle pubblicità del Gigliotti e qualche canzone di quei tempi. E infine entrava lui e solo lui!

Per l’intera durata di una partita avveniva la magia, e poi, il saluto al ritmo del Toreador.

Fantozzi per un Libertassino non è stato solo un giocatore della Libertas. E’ stato il suo infinito capitano, il centro del suo piccolo grande mondo, un modello sportivo, un profeta, un simbolo, la livornesità vincente nella sua più maestosa manifestazione.

I Libertassini il 17 Marzo festeggiano il natale.

Quando riapro gli occhi e penso che Ale non gioca più ormai da circa 15 anni mi viene un po’ di tristezza, ma sono consapevole che lui ci è vicino e ci sostiene.

Quando ha smesso di vestire la maglia Libertas i riflettori non si sono mai spenti. Fantozzi siamo tutti noi e noi siamo la Libertas.

Non potrà mai esserci un altro Fantozzi ma c’è una Libertas e ci sono i suoi preziosi consigli, il suo carisma, la sua voglia di vincere.

E’ nostro compito trasmettere ciò che è stato Fantozzi a chi gioca oggi nella Libertas, ai giovani che lo percepiscono solo come un leggendario ricordo.

Ale è la luce che può permettere a questa società di emergere. Ale è la Libertas!

Alessandro Cirinei