Avevo nel cuore la tristezza per la sconfitta della nostra Libertas nella semifinale delle Final Four di Coppa Italia a Bologna. Soltanto in piccola, piccolissima parte mitigata dal fatto che quella Coppa, anziché squadroni nemici quali Milano o Cantù, l’avesse vinta l’amico Alberto Bucci con la sua Glaxo Verona, squadra (pensate un po’ voi) che militava in A2 e non in A1 !!!

Era la fine di febbraio del 1991 e in radio passavano “Spunta la luna dal monte”, brano-rivelazione dell’appena terminato Festival di Sanremo; ancora non sapevo che, di lì a pochi mesi, tutto sarebbe finito e che avrei rimpianto per tanto tempo pure le sensazioni dolorose delle sconfitte sportive come quella cui accennavo prima. La fusione e Querci si portarono via una grande fetta dei miei 25 anni: le prime volte al palazzettino quando andavo a vedere Cosmelli, Volpi, Tazza, Granchi e soci (in maglia rigorosamente biancovinata….), la rivalità non ancora nata con la PL di Vortici e Vatteroni, l’inaugurazione del Palamacchia, le corvate contro i cugini quando la Liberty Treviso di Vazzoler, Pressacco ed Ezio Riva li battè nei playoff per la promozione in A, le nostre due promozioni di fila, le braccia infinitamente lunghe di Mimmo Giroldi, il primo allenamento di Jeelani con 2000 persone in tribuna, la finta e penetrazione di Fantozzi a 15” dalla fine nel derby più bello (quello del 94-90), il tiro da 3 di Flavione e poi il furto del secolo…. Sì anche quello !!!

Insomma in quel fine febbraio del 1991 Stefano Morelli, capo-redattore di Anteprima Basket (un giornalino dell’epoca, quando internet non c’era), mi chiama e mi chiede di fare un pezzo su Alberto Bucci, saltato ancora una volta alla ribalta delle cronache sportive nazionali per quello che era stato un trionfo tanto storico quanto inaspettato.

Non vedevo altro !! Subito mi ci buttai a capofitto; e scrissi che la Glaxo aveva giocato meravigliosamente bene, come bene aveva giocato nelle stagioni precedenti la mia Libertas con Alberto head-coach: quei blocchi ciechi sulla linea di fondo tra Forti ed Alexis, eseguiti così diligentemente che era impossibile per gli avversari difenderci, tanto o rimaneva il moro solo sotto canestro o Andrea usciva con un metro e mezzo di vantaggio sul suo difensore e Ale Fantozzi sapeva sempre a chi dare la palla in quelle circostanze.

Ma soprattutto ricordai quella sera di due anni prima, quella di gara 2 della semifinale-scudetto, vinta dai nostri eroi contro le V nere. Coach Bucci era rimasto a casa per una fortissima colica allo stomaco ed era stato sostituito da Franco Massei. Alle 20 di quella sera la Libertas era in finale, dopo aver preso a pallonate una delle squadre più famose e forti d’Italia (sicuramente la più fascinosa, perché l’Olimpia di fascino ne ha sempre avuto poco, questo anche al netto del furto con scasso del 27 maggio 1989) e quindi noi tifosi stavamo facendo cortei in giro per la città; quando passammo da Montenero (frazione mai banale nel contesto del basket livornese) qualcuno ipotizzò di andare sotto casa del coach mentre qualche altro avrebbe voluto evitare, per non arrecargli disturbo. Vinse la parte che voleva andare ed in un lampo un serpentone di auto e motorini si ritrovò in quella via tortuosa e stretta: al suono dei clacson si svegliarono tutti, anche il sofferente Alberto; che, con le forze ridotte al minimo, non disdegnò di uscire un attimo di casa, in vestaglia; e dalla soglia ci salutò con un gesto delle braccia e i pugni alzati al cielo.

Alberto Bucci, un uomo di una umanità incredibile; ricordato da tutti i tifosi che lo hanno visto allenare la propria squadra ma anche da quelli rivali. Perché lui era così: pacato, gentile ma al tempo stesso risoluto e deciso. Nobile nell’animo ma “certo in cor dell’antica virtù”, come avrebbe detto il Manzoni.

Un uomo che ha cambiato il basket, che ha portato dapprima Rimini dalla Serie D alla A2 in 5 anni, poi ha subito vinto uno scudetto con la sua Bologna; a seguire ha condotto Livorno e Verona a competere ad armi pari con le big d’Italia; ha lavorato benissimo a Pesaro per due anni e poi, una volta tornato alla sua amata Virtus, ha fatto il vuoto. Ora tutti diranno che in quegli anni aveva la rosa più forte ma, ditemi, vincere sempre è così facile ?? In questi ultimi 10 anni Milano ha sempre avuto la rosa nettamente più forte e il quadruplo delle risorse economiche delle rivali italiane eppure ha fallito svariati scudetti e Coppe Italia, anche quando era guidata da super-allenatori quali Scariolo e Banchi.

Ma, ripeto, il suo punto forte non erano i risultati (pensate un po’ voi… per uno che ha vinto così tanto sembra un paradosso): il suo forte era il modo con cui invitava tutti a “vivere” il basket; con amore, privilegiando la bellezza dei gesti e facendo prendere consapevolezza della felicità a chi andava a giocarlo o a vederlo questo sport meraviglioso.

Vivere è il verbo adatto; perché lui amava la vita. A discapito di alcune cose che la vita gli aveva riversato contro, dalla gamba alle coliche, fino al “mostro” che lui ha combattuto come un leone.

Domenica la moglie Rossella e una delle figlie saranno con noi, per la partita casalinga della gloriosa Libertas Livorno 1947 contro la Juve Pontedera; e noi saremo con loro, perché come recitava uno nostro striscione di quei tempi “Alberto Bucci non ti scorderemo mai”.

Gianluca Mannucchi